Orizzontialtri
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Orizzontialtri
Via Gino Venni, Sesto Fiorentino, 50019, Italy

danza aerea , danza sensibile e movimento organico, ContaKids, teatro, trattamenti di massaggio sportivo, psicoterapia, cura e benessere della persona Di sole mani di sole mani, di sole e mani “Nel tentativo di cercare una coerenza concreta e quotidiana con principi che sento miei da ben prima di me, nel tentativo di non rinunciare ad un’integrità etica e un’onestà nello scegliere vie differenti di comunicare, nel tentativo di non rassegnarmi ad essere risucchiata da un mondo veloce e disattento, sempre più colmo di IOIOIO che si sfiorano e non riconoscono la loro comune origine e destinazione, la loro umanità; Nel tentativo di rendere possibile un’alternativa” Un magma denso e color arancio, con bolle che esplodono e un movimento inesorabile, instancabile, movimento che dall’interno cerca una fuoriuscita e si cristallizza a contatto con l’aria. Respiro che sbuffa come un vulcano in perenne attività, che si evolve e premedita esplosioni, evoluzioni irrefrenabili. Tutto sospinto dallo sguardo sul mondo che in una panoramica senza possibilità di tagli e montaggi, ingloba orizzonti asfittici che chiedono d’essere arieggiati e messi al sole. Prendere a piene mani, mani coi calli, mani un po’ consumate, mani che la vita l’han stretta e la vogliono continuare a stringere anche quando è scivoloso, anche quando è tutto umido, anche quando è secco da fare quasi senso, anche quando precocemente quelle mani sembrano invecchiare, anche quando sono mani giovani e piene di vigore nonostante i graffi e le screpolature; prendere a palmi aperti e stesi, disposti all’accoglienza, il coraggio di non perdersi di vista, di non subire la svista della comodità che allontana nutrimento e ossigeno, allontana capacità critica e cuori grandi, allontana invano quel sudore che rende autentico e onesto un cammino attraverso i terreni diversi e incredibilmente complessi e meravigliosi di ogni mondo d’uomo a partire da un incontro sincero con sé, con la propria percezione sincera dell’universo proprio e dell’altro e della sua continua espansione. Sono tante le anime scollate dal proprio mezzo di incontro col mondo, sono tanti gli animi che ballano come dentiere posticce e fastidiose senza più aderire alle pareti per cui erano state formate perché incapaci di mutare con loro, incapaci di percepire l’organicità che ognuno è nel suo complesso insieme di strati, visibili e invisibili. Una prolungata preistoria o una regressione innanzitutto del cuore. Cuore non come regione geografica e biologica finita ma come potenziale galassia in espansione che tutto contiene e nulla dovrebbe perdere. Come poter pensare di avere una metratura limitata d’area cardiaca in cui continuare a destreggiarsi con il giochino del mettere e togliere per far spazio al nuovo quando il vecchio sembra solo zavorra e ingombro o semplicemente non si è più disposti a dargli ascolto, gratuità ? Come non vedere che il bene che si è voluto rimane, sempre, ma cambia forma e lo spazio per il bene nuovo non è spazio da liberare ma spazio da creare espandendo la propria capacità di amare ? Avere i dolori della crescita al cuore e sorriderne: sta diventando grande. Nel tentativo di non perdere la speranza di un possibile scambio di flussi e di una rigenerante svestizione dell’ego sempre più modaiolo seguace del superfluo, dell’abbaglio artificiale ed artificioso e unità incapace di riconoscersi in un senso di umanità che invece accomuna gli sguardi e i tremori; nel tentativo di non cancellare le fragilità ma accoglierle e di investire nella potenza della risata a polmoni aperti, nella spontaneità di una percezione incorrotta che attinge a tutto quello che siamo come risultante di un umanità che è stata, nel bene e nel male, e che agisce dunque di conseguenza, in coerenza. E poi sempre quella storia della paura, della paura del conoscersi per davvero, della paura delle sfumature che passano anche attraverso i toni più scuri, più cupi per poter poi sfociare nel chiarore temperato di colori pastello, sempre quella storia della paura che ci legittima a non fare nulla, a sentirci autorizzati a non tentare di comprendere (prendere con sé, come in un abbraccio incondizionato) le fragilità e i limiti che ci fanno persone, tutte quelle piccole debolezze che fanno da naturale contrappunto alle altrettanto intense forze che racchiudiamo. Nel tentativo di Non sopportare ancora quelle storie che son quasi sempre solo un modo di scavarsi nicchie per non affrontarsi, per non ampliare il respiro e dar aria a nuove visioni. A volte si fa fatica, ma è una fatica differente da quella degli obblighi a star seduti otto ore davanti a un macchinario nell’oblio sonnacchioso di chi si è, a volte si fa fatica a imparare a immergersi nel blu, andando sempre più giù fino a che il fiato e la tecnica si affinano e ci sostengono, fino a poter compensare nel lento risalire in superficie che rimane pur sempre la meta finale: il risalire con negli occhi un colore che fuori non si può vedere ed esperire, un ascolto del battito cardiaco che laggiù si amplifica e definisce e che è soltanto un lontano eco nelle orecchie ascoltando il pulsare di una vena nel polso. A volte si fa fatica perché ci vuole molta pazienza, perché gli strati che ci portiamo addosso, come resti sepolti dal tempo che passando lascia traccia di se con polveri e incrostazioni e nuovi germogli e levigature che sottolineano e non solo consumano, sono induriti dall’indifferenza e dagli interessi che son calcoli di profitti e guadagni e salvezza per sé a discapito della condanna dell’altro: io solo mi devo salvare. Stupida autocondanna all’aridità e alla solitudine infeconda, che a veder bene è quasi più un’emarginazione inconsapevole da se stessi e dalla stessa vita che, di per sé, d’egoista non ha proprio nulla. La pazienza dell’attesa, la pazienza dell’osservazione del corso lento di alcuni processi fondamentali, imparare la gioia dallo schiudersi delle piccole cose da niente, di un bocciolo di mani che si nutrono nella medesima terra e si slanciano verso l’alto continuamente. Se si potesse azzerare la memoria del superfluo del mondo, per un attimo ridar spazio alla memoria del sangue, del battito, della fatica di una nascita e dell’immenso amore che genera, e commozione, quell’incipit di vita che squarcia l’incredulità, ogni nascita come l’urlo forte e la volontà energica di dire “Io ci sono! e sono da ora con voi, qui, così, questa è la mia prima forma, grazie dell’accoglienza”; se si potesse dunque far tacere tutte le voci che non abbiamo scelto ma che ci ronzano nella testa, che prendono decisioni per noi senza fare rumore, senza essere viste, se si potesse per un attimo trovare un silenzio ancestrale e una predisposizione all’ascolto come fosse la prima volta, come fosse per un attimo solo la prima incredibile volta in cui davvero si appoggiasse l’orecchio sulla pancia della vita che pulsa e scorre nella sua formidabile molteplicità di forme e manifestazioni. Sarebbe la commozione. Cum-movere, muoversi insieme tutti compartecipi di un’unica rotazione gravitazionale, chi sopra chi sotto, chi di giorno e chi di notte ma comunemente nella stessa direzione vitale, nello stesso equilibrio unite in un unico ruotare nell’universo vasto e incircoscrivibile. Si potesse far tacere tutto, quasi perfino il respiro e ascoltare dunque quell’incanto di condivisione, quel dono di unità che ci permette di sopravvivere e godere di luce e rigenerazione nel buio dei bui spazi; solo il rumore che fa la sfera illuminata e irrigata che ci porta intorno seguendo una linea perfettamente esatta, alle distanze perfettamente esatte, solo quel rumore sarebbe Commozione. Commuovere che non ha nulla di statico, anche una lacrima è in moto e sente la gravità, una vitale predisposizione alla dinamica, un circolo continuo di sangue e linfe e liquidi che irrigano e rendono prosperi, un movimento arboreo e animale e umano e di venti e acque e fuochi da sempre. E la quiete di cui sono capaci mentre noi l’abbiamo persa lontano. La quiete dell’umiltà e dell’incanto, della gratitudine e della comprensione e compassione per tutto ciò che pulsa grazie a questo moto che è da molto prima di noi e rende tutto così possibile e vivo. “Di sole mani” nasce nel tentativo e nella speranza, nel credo che ha radici estese e in crescita, nella coerenza dei solchi sui visi e sui percorsi, nella gratuità dell’amore per ciò che si è e si fa, nella condivisione delle esperienze, nella mescolanza delle traiettorie pur sempre con un senso comune di riconoscenza e riconoscimento dell’altrui umanità, nell’ascolto della diversità che porta ricchezza dentro e fuori, nell’intenzione e nella volontà che scalzano le paralisi e il ristagno delle energie, nel muovere e commuovere riscattando i movimenti intrappolati in chi ha avuto meno clemenza dalla vita e ha voci forti in corpi spesso troppo deboli, nel comprendere che è prendere con sé e fare proprio e non è solo mero training di cervello e mente, nell’onestà con sé stessi che è imprescindibile lavoro per potenti fioriture collettive. Di sole mani nasce e questo è di per sé un atto cosciente che parte dall’origine come tutte le cose, un piccolo nucleo limpido e incorrotto che possa alimentarsi di minuto in minuto di tutto ciò che lo circonda, a noi la responsabilità di vigilare e proteggere, impedire che si intossichi ma allo stesso tempo slanciarlo in libertà di esplorazione verso crescita e ampliamento di vedute ed esperienze. Riscoprire altri linguaggi, abbandonare un po’ queste stesse parole che sono ora utili per delineare i tratti leggeri e fugaci di un progetto che vuol essere tutt’altro che astratto e immateriale. Siamo corpi parlanti molte più lingue di quante non si formino solamente nella nostra testa, abbiamo occhi profondi e con capacità di lanci lunghi verso il fuori, abbiamo braccia e gambe e colli e spalle e ginocchia che sono ricettacolo e filtro del nostro fare esperienza qui ed ora, abbiamo sensi che non vediamo e che ci sospingono a scorgere la bellezza del semplice pur spesso impigliata in complessi reticoli, un udito che non è solo


 
 
 
 
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